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Padre Nostro, nuova traduzione. Francesco e Benedetto in perfetta continuità!

Gli ultimi attacchi gratuiti (come sempre frutto di ignoranza) a Papa Francesco vorrebbero accusare il pontefice di cambiare arbitrariamente persino il testo del Padre Nostro. Aggiungendo come al solito "ah se ci fosse ancora Benedetto!" Anzitutto va precisato che Francesco non ha cambiato nulla, la nuova traduzione del testo, come spiegheremo, è semmai relativa Benedetto XVI  e risale al 2008. Francesco ha solo aggiornato i testi liturgici in base a quella traduzione già approvata da Ratzinger. Va precisato che il testo originale del Padre Nostro non è in italiano del XXI secolo, ma neppure il latino! Matteo nel suo Vangelo lo riporta in greco al capitolo 6 e anche in questo caso si tratta di una traduzione dall'originale in lingua aramaica con cui parlava Gesù. Certo la traduzione evangelica è l'unica non opinabile, però è interessante notare come persino il kerigma per annunciarsi in modo efficace si è dovuto tradurre nei termini culturali diversi dal contesto originario. Ora ad essere cambiate non sono le parole stesse di Gesù, ma i termini capaci di renderne il senso. Ed è quindi per fedeltà al senso originario che i termini richiedono di essere aggiornati perché mutando nel tempo il contesto culturale cambia anche il loro senso, la loro colorazione, la loro efficacia. Inoltre grazie agli studi esegetici nel tempo si comprende sempre meglio anche il senso del testo originario che non è di immediata lettura data la distanza culturale e storica che ci separa. Infine legato a questo aspetto vi è una sempre maggiore comprensione del depositum fidei grazie all'azione congiunta dello Spirito.
 Secondo il pontefice il testo attuale "...non è una buona traduzione", in quanto contiene l'espressione "non ci indurre in tentazione". Bergoglio si è detto sicuro del fatto che il responsabile della caduta dell'uomo non possa essere Dio: "Sono io a cadere, non è Lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto, un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito", ha specificato Francesco, ribadendo che "quello che ti induce in tentazione è Satana, quello è l’ufficio di Satana". Dio - essendo infinitamente buono - non può per il Papa agire come tentatore. In questo il Santo padre è in perfetta continuità con la storia della Chiesa ma in particolare con il suo predecessore. La questione è onfatti datata e alcune versioni della preghiera di base tutti i cristiani sono state effettivamente modificate. Benedetto XVI, nel suo "Gesù di Nazareth", aveva dato questa interpretazione esegetica della frase in questione: "Con essa diciamo a Dio: "So che ho bisogno di prove affinché la mia natura si purifichi. Se tu decidi di sottopormi a queste prove, se – come nel caso di Giobbe – dai un po’ di mano libera al Maligno, allora pensa, per favore, alla misura limitata delle mie forze. Non credermi troppo capace. Non tracciare ampi i confini entro i quali posso essere tentato, e siimi vicino con la tua mano protettrice quando la prova diventa troppo ardua per me". Anche per Ratzinger, quindi, non è Dio a tentare, ma Satana attraverso la "mano libera" che il creatore gli concede.
Continua il Papa Emerito: "In questo senso san Cipriano ha interpretato la domanda. Dice: quando chiediamo "e non c’indurre in tentazione", esprimiamo la consapevolezza "che il nemico non può fare niente contro di noi se prima non gli è stato permesso da Dio; così che ogni nostro timore e devozione e culto si rivolgano a Dio, dal momento che nelle nostre tentazioni niente è lecito al Maligno, se non gliene vien data di là la facoltà". La preghiera, dunque, è rivolta a Dio poiché nulla può essere fatto contro l'uomo se non per il tramite di un "permesso" di Dio stesso. In questa interpretazione, insomma, non sembrerebee esserci pariteticità o medesima facoltà di agire per Dio e per Satana. Specifica Ratzinger: "Nella preghiera che esprimiamo con la sesta domanda del Padre nostro deve così essere racchiusa, da un lato, la disponibilità a prendere su di noi il peso della prova commisurata alle nostre forze; dall’altro, appunto, la domanda che Dio non ci addossi più di quanto siamo in grado di sopportare; che non ci lasci cadere dalle sue mani". E ancora: "Pronunciamo questa richiesta nella fiduciosa certezza per la quale san Paolo ci ha donato le parole: "Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla". Il dibattito sulla traduzione di questa preghiera - del resto - nasce da un errore di traduzione che si sarebbe verificato nei confronti del verbo greco eisphérô, che letteralmente significherebbe "far entrare". Spagna e Francia hanno già modificato la traduzione. La parola - adesso - passa alla Conferenza episcopale italiana, cui è affidata la traduzione liturgica.

La nuova traduzione che Francesco farà entrare nella liturgia deriva però dal placet di Benedetto XVI nel 2008!!!
Infatti, è dalla traduzione della Conferenza Episcopale Italiana pubblicata nel 2008 dalla Libreria Editrice Vaticana, con il via libera di Benedetto XVI, che venne autorizzata la tanto discussa modifica della Scrittura : «La scelta del Consiglio permanente è stata quella di intervenire solo dove fosse assolutamente necessario per la correttezza della traduzione»spiegòmons. Giuseppe Betori, l’allora segretario della Cei. «Nel caso del Padre nostro si è affermata l’idea che fosse ormai urgente correggere il “non indurre” inteso ormai comunemente in italiano come “non costringere”. L’inducere latino (o l’eisfèrein greco) infatti non indica “costringere”, ma “guidare verso”, “guidare in”, “introdurre dentro” e non ha quella connotazione di obbligatorietà e di costrizione che invece ha assunto nel parlare italiano il verbo “indurre”, proiettandolo all’interno dell’attuale formulazione del Padre nostro e dando a Dio una responsabilità – nel “costringerci” alla tentazione – che non è teologicamente fondata. Ecco allora che si è scelta la traduzione “non abbandonarci alla” che ha una doppia valenza: “non lasciare che noi entriamo dentro la tentazione” ma anche “non lasciarci soli quando siamo dentro la tentazione”».
Eravamo nel maggio 2008. Dieci anni dopo, l’attuale Pontefice introduce la stessa modifica anche nella liturgia. Pochi giorni fa, Francesco ha infatti ripreso il concetto: «Nella preghiera del Padre Nostro (cfr Mt 6,13) c’è una richiesta: “Non ci indurre in tentazione”. Questa traduzione italiana recentemente è stata aggiustata alla precisa traduzione del testo originale, perché poteva suonare equivoca. Può Dio Padre “indurci” in tentazione? Può ingannare i suoi figli? Certo che no. E per questo, la vera traduzione è: “Non abbandonarci alla tentazione”.
Apriti cielo, le sedicenti “bussole” (o sarebbe meglio dire bufale) cattoliche, silenti quando avvenne la modifica ai tempi di Ratzinger, hanno trovato il nuovo appiglio per condannare nuovamente il Papa all’eresia: Bergoglio osa cambiare la parola di Gesù. Sorpresa invece sul Secolo d’Italia«Il Papa e il Padre Nostro: ma le correzioni le aveva già fatte la Cei al tempo di Ratzinger».

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